Oggi a Genova 

Fischi a Marco Bucci sul palco del 25 Aprile, la piazza contesta l’uomo-simbolo della destra ligure. Polemiche tra i partiti

Il presidente della Regione Liguria è stato contestato durante il discorso in piazza Matteotti. Dietro i fischi non c’è l’accusa personale di neofascismo, ma il peso politico di Marco Bucci come simbolo del centrodestra genovese e ligure, tra l’inequivocabile revisionismo di alcuni suoi rappresentanti e ragioni politiche recenti come la frattura con un’ampia parte della città maturata in 8 anni di amministrazione di Genova, messa in luce dai risultati elettorali, e le accuse di molti cittadini per la gestione della sanità pubblica regionale

La contestazione a Marco Bucci in piazza Matteotti, durante la commemorazione del 25 Aprile, non si spiega con le parole pronunciate dal palco. Si spiega con ciò che il presidente della Regione rappresenta oggi a Genova e in Liguria. L’ex sindaco, poi presidente della Regione, è diventato la sineddoche del centrodestra: la parte per il tutto, il volto istituzionale e politico di una coalizione che una parte consistente della piazza antifascista considera distante, se non ostile, rispetto al senso più profondo della Festa della Liberazione. È questo il punto politico dei fischi: non tanto Marco Bucci in quanto singolo oratore, ma Marco Bucci come incarnazione del blocco di potere che ha governato Genova e governa la Liguria, oggi percepito da migliaia di persone in piazza come altro rispetto a quella memoria.

Il suo discorso era costruito su un registro unitario. Bucci ha detto che «senza memoria non c’è futuro» e ha definito il 25 Aprile «una data che appartiene alla storia d’Italia, ma soprattutto alla coscienza civile del nostro Paese». Ha ricordato che «il 25 aprile non è una ricorrenza come le altre» e che «è il giorno in cui l’Italia ha ritrovato la libertà», aggiungendo che quella libertà «non è caduta dal cielo, ma è stata combattuta, voluta, cercata e conquistata». Il passaggio che ha assunto il valore di una linea politica è stato quello in cui il presidente ha rivendicato il 25 Aprile come «un valore universale», «il valore della libertà, della democrazia e della dignità umana», fino alla frase conclusiva: «Il 25 aprile è di tutti ed è per tutti». Proprio lì si è aperta la distanza con una piazza che, nella stessa mattinata, aveva ascoltato dalla sindaca Silvia Salis un messaggio opposto nella sostanza politica: «Il 25 aprile è la festa della Liberazione. Sì, per tutti, ma non è di tutti».

La differenza tra le due formule è il cuore dello scontro. Per il centrodestra il 25 Aprile deve essere una ricorrenza nazionale di pacificazione, una festa dell’intera comunità. Per la piazza antifascista, invece, può essere una festa “per tutti” solo se tutti riconoscono senza ambiguità la matrice antifascista della Repubblica. Non è una sfumatura lessicale. È la faglia che attraversa da anni le celebrazioni della Liberazione, soprattutto a Genova, città medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza e luogo simbolico della resa tedesca al Comitato di liberazione nazionale prima dell’arrivo degli alleati.

Non c’è, nelle parole pubbliche di Bucci, nulla che consenta di definirlo neofascista. È un politico conservatore, confessionale su molte scelte, lontano dalle istanze sociali e ambientaliste del centrosinistra, ma non un nostalgico del fascismo. Tuttavia la contestazione non nasce da una biografia ideologica personale. Nasce dal ruolo. Dopo anni di consenso largo, favorito anche dalla ricostruzione del ponte San Giorgio e da una narrazione di efficienza amministrativa, il rapporto tra Bucci e una parte ampia della città si è consumato. Le urne lo hanno mostrato prima alle regionali e poi alle comunali, quando il candidato sindaco del centrodestra era Pietro Piciocchi, suo delfino, vicesindaco e poi facente funzioni. Le proteste sulla sanità regionale hanno completato il quadro. Il risultato è che, oggi, quando Bucci sale sul palco del 25 Aprile, non viene letto solo come presidente della Regione. Viene letto come il simbolo di un ciclo politico che una parte della città considera chiuso e di un centrodestra che gli avversari accusano di ospitare ampie sacche revisioniste, per convinzione o per convenienza elettorale.

Il contesto immediato pesa ancora di più. Sul palco del 25 Aprile, proprio accanto a Marco Bucci, era presente anche il presidente del Consiglio regionale Stefano Balleari, esponente di Fratelli d’Italia, con la fascia del Consiglio regionale. Pochi giorni prima, proprio durante la seduta solenne per l’ottantunesimo anniversario della Liberazione dal nazifascismo, Stefano Balleari aveva acceso la polemica parlando di “anacronismo” dell’antifascismo. L’orazione ufficiale era stata affidata allo storico Giovanni Orsina, studioso delle destre, liberale e conservatore, direttore della School of Government della Luiss-Guido Carli di Roma, che si era interrogato sul perché il 25 Aprile continui a essere anche un elemento di divisione politica. Le opposizioni avevano reagito duramente. Partito Democratico, Alleanza Verdi e Sinistra, Lista Orlando Presidente e Movimento 5 Stelle avevano parlato di «grave offesa alla memoria della Resistenza» e accusato Stefano Balleari di avere distorto il senso storico della Festa della Liberazione. Nella loro nota congiunta avevano ricordato che «il 25 Aprile è il giorno in cui l’Italia celebra la Liberazione dal nazifascismo, il sacrificio di chi ha lottato per restituirci libertà, dignità e democrazia», definendo «inaccettabile» mettere in discussione il valore antifascista della Repubblica.

Da qui la reazione della piazza. I fischi non sono nati nel vuoto, e molto prima della frase di Marco Bucci sul 25 Aprile «di tutti e per tutti». Sono arrivati dopo una sequenza politica precisa: il dibattito sull’antifascismo definito anacronistico, le accuse di revisionismo, la presenza sul palco di figure simboliche del centrodestra regionale, la lunga sedimentazione delle contestazioni verso le amministrazioni di destra a Genova, già rivolte in passato sia a Bucci sia all’ex presidente della Regione Giovanni Toti. In piazza Matteotti, quindi, il presidente della Regione ha ricevuto addosso non solo il dissenso verso le sue parole, ma il conto politico di una coalizione intera. Sui social, nei commenti agli articoli dei diversi media sulla contestazione, c’è anche la costante critica per la gestione della sanità. Nulla ha a che fare con l’antifascismo, è una questione attuale, ma è uno dei temi che più pesano sul giudizio sull’operato del centrodestra in Regione.

Il centrodestra ha reagito compatto. Il gruppo consiliare di Fratelli d’Italia in Regione ha parlato di «fischi ideologici» e ha legato la contestazione alla libertà di parola del presidente: «Nel giorno in cui Giorgia Meloni ricorda con chiarezza la fine dell’occupazione nazista e la sconfitta dell’oppressione fascista, che avevano negato libertà e democrazia agli italiani, i fischi ideologici di piazza Matteotti rivolti al presidente Marco Bucci dimostrano che c’è ancora chi non accetta che un presidente di Regione, democraticamente eletto, possa esprimersi liberamente il 25 aprile». Per il partito della premier si tratta di «un atteggiamento che non è solo irrispettoso, ma profondamente intollerante verso i principi stessi della democrazia».

Sulla stessa linea il gruppo consiliare di Forza Italia, che ha definito il 25 Aprile «una data fondativa per la nostra Repubblica» e «un momento di memoria condivisa e di unità nazionale». Gli azzurri hanno giudicato «inaccettabile quanto accaduto questa mattina in piazza Matteotti, dove il presidente della Regione Liguria Marco Bucci è stato oggetto di contestazioni durante una cerimonia istituzionale», sostenendo che «episodi di questo tipo non contribuiscono al confronto democratico, ma rischiano invece di alimentare divisioni in una giornata che dovrebbe unire tutti gli italiani». La frase chiave è la stessa della linea di Marco Bucci: «Il 25 aprile non appartiene a una parte politica, ma all’intera comunità nazionale». Per Forza Italia, dunque, i fischi sono una forma di delegittimazione personale e istituzionale, «lontana dalla cultura politica che dovrebbe caratterizzare una democrazia matura».

Anche le liste civiche del centrodestra hanno letto la contestazione come un vulnus alla giornata. Matteo Campora, Federico Bogliolo, Marco Frascatore e Walter Sorriento, per Vince Liguria e Orgoglio Liguria-Bucci Presidente, hanno scritto che «proprio nel giorno in cui Sergio Mattarella parla del 25 aprile come festa nazionale, di coesione e unità di popolo, ribadiamo che il 25 aprile appartiene a tutti». Hanno ricordato che per Genova si tratta della festa «di una città che si è liberata da sola dalla morsa nazifascista» e hanno espresso «piena solidarietà al presidente della Regione Liguria Marco Bucci». Nel loro intervento compare anche un’accusa alla piazza: «Spiace, inoltre, che in una società fondata sui principi di democrazia contenuti nella nostra Costituzione, alcuni appartenenti alle liste civiche siano stati malamente ripresi e allontanati perché applaudivano il presidente della Regione».

Più duro l’intervento della Lega, affidato ai consiglieri regionali Sara Foscolo, Sandro Garibaldi e Armando Biasi, che hanno chiamato in causa direttamente la sindaca. «In piazza Matteotti Silvia Salis va contro il “momento di coesione” invocato dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella», hanno dichiarato, definendo i fischi contro Bucci «vergognosi e immotivati» e parlando di «intolleranza e censura di sinistra». Secondo la Lega, nel discorso del presidente «non c’è stata ambiguità né spazio per le divisioni» e chi divide i liguri «manca di rispetto a chi, sul nostro territorio, ha combattuto e sacrificato la vita per la libertà». L’affondo conclusivo è contro la sindaca: «Stigmatizziamo il comportamento del sindaco di Genova Silvia Salis e condanniamo i vergognosi fischi contro il presidente Marco Bucci».

È proprio su Silvia Salis che il centrodestra tenta di spostare il fuoco, accusandola di avere alimentato il clima. Ma questa lettura rovescia la dinamica della piazza. La sindaca ha pronunciato un discorso politicamente netto, certo, ma i fischi contro Marco Bucci arrivano da una comunità antifascista che da tempo contesta la destra istituzionale genovese e ligure. Immaginare che migliaia di persone abbiano reagito solo per una sollecitazione dal palco significa sottovalutare il retroterra della contestazione. In piazza Matteotti c’era un dissenso già pronto, stratificato, politico. Salis gli ha dato una cornice, non lo ha creato.

Dall’altra parte, il Partito Democratico ha respinto l’accusa di intolleranza e ha rivendicato la natura non neutra della Festa della Liberazione. Armando Sanna, Simone D’Angelo e Federico Romeo, presenti in piazza Matteotti, hanno parlato di «solita squallida retorica» da parte di Fratelli d’Italia e Lega. «Invocano “coesione” e “pacificazione”, ma mentre le piazze della Liguria si riempiono, leghisti e missini non ci sono: assenti, o presenti altrove, lontani da una ricorrenza che evidentemente continua a mettere a disagio chi non ha mai fatto davvero i conti con quella storia», hanno dichiarato. Poi il passaggio sui fischi: «Fa sorridere poi la morale sui “fischi vergognosi”. Le piazze non sono cerimonie blindate, ma luoghi vivi. E se qualcuno contesta il presidente Marco Bucci, forse è perché percepisce gravi ambiguità politiche e simboliche». Per i dem, la questione non è l’educazione formale della piazza, ma il significato politico di ciò che rappresenta il centrodestra in quella giornata.

Nella stessa nota, Armando Sanna, Simone D’Angelo e Federico Romeo hanno messo insieme tre elementi: le parole di Stefano Balleari sull’antifascismo, la presenza del centrodestra in piazza e le scelte di Angelo Vaccarezza. «Mentre il presidente Balleari arriva a bollare l’antifascismo come “anacronistico”, il segretario d’aula del Consiglio regionale Angelo Vaccarezza sceglie di andare ad Altare per rendere omaggio ai criminali della Repubblica Sociale Italiana. Una scelta che parla da sola». Poi la difesa della sindaca: «La sindaca Silvia Salis, che ha anche cercato di intervenire per interrompere i fischi che arrivavano dalla piazza quando è intervenuto il presidente Marco Bucci, oggi ha detto una verità non contestabile: il 25 aprile è una festa per tutti, ma non una festa “di tutti”». La conclusione è una linea di confine: «Il 25 Aprile non è un terreno neutro, è una linea netta. E chi cerca di cancellarla si chiama fuori da solo. Non prendiamo lezioni dagli eredi del fascismo. Punto».

Il caso Vaccarezza è uno dei motivi per cui la contestazione a Bucci diventa contestazione al centrodestra nel suo insieme. L’ex capogruppo della lista Toti, oggi consigliere di Forza Italia e delegato alle relazioni europee, internazionali ed enti locali per scelta dello stesso Bucci, non ha partecipato alla manifestazione genovese del 25 Aprile e ha scelto il Cimitero militare delle “Croci Bianche” di Altare, dove sono sepolti caduti della Repubblica Sociale Italiana insieme ad appartenenti alle formazioni partigiane, alla Marina e all’Esercito. Nei suoi messaggi ha contrapposto il silenzio del cimitero alle «piazze urlanti», ha denunciato una libertà a suo giudizio “selezionata” dal centrosinistra e ha accusato Silvia Salis di avere svestito i panni di prima cittadina per comportarsi da «agitatrice di piazza». Ha parlato di «sciacallaggio politico», di «corrida» e di un «fallimento istituzionale». Ma il suo profilo politico è da anni oggetto di polemica per la partecipazione a commemorazioni legate ai caduti fascisti, per la presenza al sacrario della Repubblica Sociale Italiana insieme a esponenti dell’area post fascista, per il rifiuto di partecipare alla commemorazione di Sandro Pertini a Stella alla presenza di Sergio Mattarella e per la ricorrente presenza alla commemorazione del Monte Manfrei, letta nella narrazione post fascista come luogo di un presunto eccidio di repubblichini, un supposto episodio che perà non trova riscontro nella verità storica.

A contestare direttamente Angelo Vaccarezza è stato Gianni Pastorino, capogruppo della Lista Andrea Orlando Presidente e rappresentante di Linea Condivisa. «Ogni tanto tacere sarebbe una virtù, evidentemente sconosciuta al consigliere Vaccarezza», ha detto. Poi l’affondo: «Il suo comunicato sui fischi in piazza a Marco Bucci mi appare imbarazzante, soprattutto perché proviene da soggetto politico che sistematicamente diserta il Consiglio regionale per il 25 aprile, ma partecipa tronfio, con tanto di fascia, alla commemorazione per i morti di Salò». Per Pastorino, «prima di dare lezioni di democrazia, sarebbe necessario un ripasso della storia del Novecento per ricordare chi erano i dittatori al potere e chi ha lottato, a prezzo della propria vita, per ridare dignità e speranza a questo Paese».

Eppure sarebbe sbagliato schiacciare tutto il centrodestra sulla postura di Angelo Vaccarezza. Dentro Forza Italia convivono posizioni diverse. Il segretario genovese Mario Mascia, alla vigilia del 25 Aprile, aveva invitato iscritti ed eletti del partito a partecipare alla manifestazione. «Se qualcuno avrà da ridire è solo perché non conosce, purtroppo per lui, né la storia di Genova, medaglia d’oro al valor militare per la Resistenza, né la storia dell’Italia, Repubblica democratica fondata sul lavoro e sulle libertà, e nemmeno la storia di Forza Italia, movimento da sempre votato ai valori cristiani, popolari, liberali, riformisti, garantisti, europeisti e atlantisti», aveva detto. Alla manifestazione era presente anche il deputato Roberto Bagnasco. È un dato storico e politico che la Resistenza non fu soltanto comunista: vi parteciparono cattolici, liberali, monarchici, socialisti, azionisti, repubblicani. Il problema, per il centrodestra contemporaneo non neofascista, è avere spesso e a lungo abdicato a quella memoria, lasciando alla sinistra quasi l’intero monopolio simbolico dell’antifascismo.

È qui che la contestazione a Marco Bucci trova il suo significato più profondo. La piazza non ha fischiato un uomo perché incapace di pronunciare parole credibili sulla libertà. Ha fischiato il rappresentante più visibile di una coalizione che, agli occhi di quella piazza, non riesce o non vuole sciogliere le proprie ambiguità sul fascismo, sull’antifascismo e sulla Repubblica nata dalla Resistenza. La formula «il 25 aprile è di tutti ed è per tutti» può suonare inclusiva, ma in una città come Genova, dopo giorni di polemiche sull’antifascismo “anacronistico”, può essere percepita come una neutralizzazione della storia. Perché il 25 Aprile è festa nazionale, sì, ma non è una ricorrenza generica della libertà. È la festa della Liberazione dal nazifascismo. E senza quel complemento, senza quel nemico storico nominato e riconosciuto, la parola libertà rischia di diventare troppo larga per dire davvero qualcosa.

La piazza di Genova ha risposto a questa ambiguità con i fischi. Si può giudicarli inopportuni in una cerimonia istituzionale, ma non si può liquidarli come semplice maleducazione o “censura di sinistra”. Le piazze del 25 Aprile non sono teatri asettici, sono luoghi politici, e Genova lo è più di molte altre città. Chi sale su quel palco porta con sé la propria storia, ma anche la storia della parte politica che rappresenta. Marco Bucci, oggi, porta entrambe. Ed è per questo che la contestazione ha colpito lui: perché nella grammatica politica di piazza Matteotti era la parte per il tutto, il volto del centrodestra, la sineddoche di una destra che, davanti al 25 Aprile, continua a chiedere unità senza riuscire sempre a offrire chiarezza.


Se non volete perdere le notizie seguite il nostro sito GenovaQuotidiana il nostro canale Bluesky, la nostra pagina X e la nostra pagina Facebook (ma tenete conto che Facebook sta cancellando in modo arbitrario molti dei nostri post quindi lì non trovate tutto). E iscrivetevi al canale Whatsapp dove vengono postate solo le notizie principali

Related posts